Louis de Robert: «Le Roman du malade»
In occasione della riedizione, presso Archipoche, nella collana «Le Domaine», del Roman du malade di Louis de Robert (1871-1937), Olivier Philipponnat, che dirige la collana «Le Domaine» e ha riscoperto questo romanzo dimenticato, e Jérôme Bastianelli, autore della prefazione a questa riedizione, si sono intrattenuti con Jacques Letertre, presidente della Société des hôtels littéraires. Il romanzo, che nel 1911 valse al suo autore l’antenato del premio Femina, occupa un posto a parte nella storia della Recherche: Louis de Robert fu uno dei primissimi amici letterari di Proust e il primo lettore delle bozze di Du côté de chez Swann.
Jacques Letertre — Benvenuti all’Hôtel Littéraire Le Swann. L’argomento di stasera mi sta particolarmente a cuore, anche se in modo un po’ doloroso. Alcuni anni fa, un importante libraio parigino mi propose di acquistare la copia del Roman du malade inviata da Louis de Robert a Proust, insieme alle bozze di Du côté de chez Swann annotate da Louis de Robert. Ho esitato troppo e quindi non le ho nella mia collezione: me ne rammarico, quasi me ne pento!
Ringrazio i nostri due ospiti per essere qui stasera: Olivier Philipponnat, che ha riedito Le Roman du malade, e Jérôme Bastianelli, presidente della Société des Amis de Marcel Proust, che ne ha scritto la prefazione. Una prefazione che inizia, in sostanza, spiegando che il titolo è spaventosamente brutto…
La mia prima domanda è per l’editore: se Louis de Robert non avesse conosciuto Proust, avrebbe comunque riedito questo libro?
Olivier Philipponnat — Non solo per Proust: sono stati tutti gli amici — e le amiche — di Louis de Robert a interessarmi. Alla pubblicazione del libro nel 1911, e già prima, quando lo avevano scoperto a puntate su Le Figaro, gli avevano inviato lettere estremamente elogiative.
Ho scoperto Louis de Robert quasi per caso, cercando titoli per «Le Domaine», una collana dedicata a opere cadute in pubblico dominio. Ho ordinato Le Roman du malade a un libraio. La copia ricevuta era una vecchia riedizione in cui figuravano le lettere indirizzate a Louis de Robert al momento della pubblicazione. Bisogna naturalmente tenere conto della componente adulatoria, ma un’autentica corrente di simpatia e sincerità attraversa queste lettere, in particolare quelle di Proust, di Montesquiou, di Anna de Noailles o di Pierre Loti.
Poi ho letto il romanzo. Il titolo è forse poco invitante, ma sono rimasto colpito dalla finezza dell’analisi psicologica e dai temi affrontati, molti dei quali si ritrovano in Proust: la gelosia, la malattia, la morte, l’amore.
Jacques Letertre — Torniamo appunto a Proust. In quali circostanze incontra Louis de Robert?
Jérôme Bastianelli — Il loro incontro si svolge, per così dire, in quattro atti.
Il primo ha luogo all’inizio degli anni 1890. Proust e Louis de Robert si incrociano sul boulevard Malesherbes, senza che questo incontro abbia un vero seguito.
Secondo atto: Louis de Robert diventa il segretario di Pierre Loti. Nella sua biblioteca, verso il 1896, scopre una copia non tagliata di Les Plaisirs et les Jours. Si ricorda allora del giovane che aveva incontrato qualche anno prima e legge il libro, che gli piace molto.
Terzo atto: si ritrovano per caso a Parigi, al parco Monceau, tramite Edmond Sée. Scoprono allora un interesse comune per il caso Dreyfus, che seguono entrambi con passione dal lato dreyfusardo. Poi Louis de Robert si ammala gravemente e vive per qualche tempo ritirato; i due uomini si perdono di vista.
Infine, quarto atto: Proust riprende contatto con lui dopo la pubblicazione del Roman du malade, che ammira molto. Inizia allora la loro corrispondenza intorno alla pubblicazione di Du côté de chez Swann.
Jacques Letertre — A quell’epoca, dunque, il più celebre dei due è Louis de Robert.
Olivier Philipponnat — Sì. Aveva già pubblicato diversi libri, ma Le Roman du malade gli procura una vera notorietà. Riceve nel 1911 il premio che diventerà in seguito il premio Femina. Pubblicherà poi numerosissime opere, oggi in gran parte dimenticate, oltre a ricordi letterari dedicati ai numerosi scrittori che ha frequentato.
Jérôme Bastianelli — E questa posizione gli permette di provare ad aiutare Proust. Tenta in particolare di farlo pubblicare da Ollendorff. Ma l’essenziale dei loro scambi verte sul manoscritto stesso e sui consigli che Louis de Robert dà al suo amico. Proust d’altronde non li segue sempre, in particolare per quanto riguarda il titolo.
Louis de Robert detesta il titolo Du côté de chez Swann. Gli scrive in sostanza: apra il suo volume, prenda la prima frase che capita, sarà comunque meglio! Vengono considerati diversi altri titoli nel corso della loro corrispondenza.
Olivier Philipponnat — Louis de Robert ne dà l’elenco nei suoi ricordi: Avant que le jour soit levé, Jardin dans une tasse de thé, Le Passé intermittent, Les Colombes poignardées, Le Septième Ciel…
Jérôme Bastianelli — E anche Dans le jardin de M. Swann. Ma Proust tiene duro: sarà Du côté de chez Swann.
C’è anche tra loro una discussione piuttosto divertente sulle note a piè di pagina. Proust viene dalle sue traduzioni di Ruskin e considera ancora di inserirne nel suo romanzo. Louis de Robert lo dissuade. Gli dobbiamo forse dunque di essere sfuggiti alle note a piè di pagina in Du côté de chez Swann!
Olivier Philipponnat — La questione dei tagli è più complessa. Si legge spesso che Louis de Robert avrebbe incoraggiato Proust a non tagliare il proprio testo. Ma, in Comment débuta Marcel Proust, spiega al contrario che un volume troppo corposo rischiava di scoraggiare «proprio coloro che erano più capaci di comprenderlo e di ammirarlo». E scrive: «Alla fine, dopo molte esitazioni, acconsentì a chiudere il suo libro a pagina 532.»
Sembra dunque che lo abbia comunque spinto a ridurre il volume.
Jacques Letertre — Le bozze annotate permettono d’altronde di seguire questo lavoro. La copia che tanto rimpiango di non aver acquistato conteneva un appunto di Proust che iniziava con «Mon chéri». Ci siamo molto interrogati su questo «Mon chéri» indirizzato, pensavamo, a Louis de Robert… finché Nathalie Mauriac non ci ha spiegato che l’appunto era in realtà indirizzato a Robert Proust, il fratello di Marcel, a cui anche quelle bozze erano state comunicate.
Olivier Philipponnat — Per quanto riguarda i rapporti con gli editori, Proust aveva dapprima incassato un rifiuto da Fasquelle e considerava di pubblicare il suo romanzo a proprie spese. Louis de Robert gli sconsiglia questa soluzione. Egli stesso viene avvicinato da Alfred Humblot, direttore della casa editrice Ollendorff, per pubblicare un altro romanzo, e ne approfitta per parlargli di Proust.
Humblot legge il manoscritto e gli invia questa risposta divenuta celebre: «Caro amico, sarò forse duro di comprendonio, ma non riesco a capire come un signore possa impiegare trenta pagine per descrivere come si giri e rigiri nel proprio letto prima di prendere sonno.»
Louis de Robert giudica dapprima preferibile nascondere questa lettera a Proust. Questi finisce tuttavia per venirne a conoscenza e ne è furioso.
Jacques Letertre — Abbiamo spiegato perché i proustiani debbano interessarsi a Louis de Robert. Ma parliamo ora del libro in sé. Se doveste farne il «pitch», cosa direste?
Jérôme Bastianelli — Scrivo nella mia prefazione che Le Roman du malade porta un titolo sbagliato, perché non è del tutto né un romanzo né il libro di un uomo che si riducesse alla propria malattia.
Non è del tutto un romanzo perché la narrazione è regolarmente interrotta da capitoli meditativi, con titoli come «La Sagesse» o «La Jalousie». Louis de Robert abbandona allora quasi completamente il racconto per riflettere sulla malattia, sull’avvicinarsi della morte, sul corpo, sull’amore o sul desiderio.
Questo richiama d’altronde un interrogativo dello stesso Proust, che scriveva ad Anna de Noailles, alcuni anni prima, di esitare tra fare un romanzo e un saggio filosofico. Sappiamo come Proust risolverà questa alternativa: farà, in un certo senso, entrambe le cose. Anche Louis de Robert cerca, in un altro modo e più direttamente, di far convergere romanzo e meditazione.
Infine, non è soltanto il romanzo di un «malato». Il personaggio vive un’esperienza particolare: quella dell’avvicinarsi della morte e della nuova lucidità che può dare una malattia di cui ci si crede condannati a morire.
Olivier Philipponnat — C’è anche una vera trama amorosa. Si potrebbe parlare di un dramma a quattro personaggi.
Il narratore, André Gilbert, è evidentemente molto vicino a Louis de Robert: come lui, è tubercolotico. Soggiorna dapprima a Davos, dove una passeggiata nel cimitero degli stranieri gli fa scoprire le tombe di giovani morti lontano da casa. Poi, migliorando leggermente le sue condizioni, raggiunge sua madre a Val-Roland, stazione climatica dietro cui si riconosce Cambo-les-Bains.
Vi ritrova il suo amico Paul e incontra Javotte, senza dubbio il personaggio più vivo del libro, ma anche il più instabile e il più frivolo. Ella oscilla tra i due uomini. Ci si chiede a lungo se ami veramente questo moribondo che, dal canto suo, si innamora di lei a rischio della propria salute, mentre la madre cerca gelosamente di allontanare la giovane donna.
Quanto a Paul, ho scoperto di recente un dettaglio interessante. Tredici anni dopo, Louis de Robert pubblica Paroles d’un solitaire, che presenta egli stesso come il naturale seguito del Roman du malade. Il libro è dedicato a Paul Faure, un intimo di Edmond Rostand, e Louis de Robert precisa che il Paul del suo romanzo è proprio questo Paul Faure. Ci si può dunque chiedere se, dietro il libro, non si nasconda una vera storia sentimentale a tre tra Louis de Robert, Paul Faure e una giovane donna di cui ignoriamo l’identità.
Jérôme Bastianelli — Vengono in mente diversi accostamenti letterari. C’è qualcosa de La morte di Ivan Il’ič in questa riflessione di un uomo che guarda avvicinarsi la propria morte. Qualcosa anche de La montagna magica, con il soggiorno in Svizzera. E poi Javotte fa talvolta pensare ad Albertine: stesso carattere sfuggente, leggero, mutevole; gioca con i sentimenti altrui senza forse sapere lei stessa esattamente cosa provi.
Olivier Philipponnat — Anch’io ho pensato a La morte di Ivan Il’ič, questa vita osservata dall’interno della tomba da chi si sa condannato. Un altro libro, molto più tardo, mi sembra presentare un’affinità: La sorella, di Sándor Márai, racconto di un malato il cui universo si riduce alla stanza e che la malattia rende straordinariamente sensibile alle minime manifestazioni della vita.
Jérôme Bastianelli — Questa vicinanza della morte ci riporta direttamente a Proust. In una risposta al giornale l’Intransigeant che, nel 1920, gli chiedeva cosa avrebbe fatto se avesse saputo che il mondo stava per finire, Proust risponde che una tale certezza cambierebbe interamente la nostra esistenza: vorremmo viaggiare, rivedere i nostri amici, assaporare tutte le cose a cui teniamo. Ma, poiché la catastrofe non è annunciata, rimandiamo tutto ciò al domani.
È molto vicino a quanto accade ne Le Roman du malade. L’avvicinarsi della morte conferisce improvvisamente alle cose un sapore straordinario. Ciò che ci sembrava banale diventa infinitamente prezioso non appena sappiamo che stiamo per perderlo.
Jacques Letertre — Un altro punto in comune con Proust: i medici…
Jérôme Bastianelli — Né À la recherche du temps perdu né Le Roman du malade invogliano particolarmente a studiare medicina! In Louis de Robert, i medici sono nella migliore delle ipotesi simpatici. Accompagnano il progredire della malattia senza poter realmente agire su di essa. André Gilbert d’altronde non si aspetta più granché dalla medicina.
Jacques Letertre — Tra le lettere riprodotte alla fine del volume, quella di Colette è piuttosto terribile per uno scrittore. Gli dice: «È possibile che lei non superi mai Le Roman du malade.» Essere così elogiati per un libro appena pubblicato è quasi come sentirsi annunciare che tutto ciò che seguirà sarà meno buono!
Olivier Philipponnat — Sì, è una frase terribile. Ma gli dice anche: «Nessuno lo ha superato, e quanti lo hanno raggiunto?» Un’altra lettera mi ha fatto molto riflettere, quella di Anna de Noailles, che chiede in sostanza: «È un libro, questo libro senza precedenti?»
Questo interrogativo si ricollega a quello che pone Jérôme nella sua prefazione a proposito del titolo. Cosa significa esattamente Le Roman du malade? È il racconto di un malato? O piuttosto il romanzo che solo la malattia permette di scrivere, il tipo di letteratura che essa fa nascere? Il titolo è forse molto più ambiguo di quanto sembri.
Jérôme Bastianelli — Sì, esattamente. È «il romanzo del malato» non solo perché racconta la storia di un malato, ma perché è il romanzo che la malattia ispira al malato.
Nel libro ci sono pagine molto belle sulla morte e sul corpo. André Gilbert cerca in particolare di immaginare cosa diventerà quel corpo che abita, una volta morto, il lento processo di degradazione che trasformerà quella carne che è ancora la sua.
Immagina anche il proprio funerale. E ciò che lo sconvolge non è tanto l’idea del funerale in sé quanto quella di sua madre che, dopo avervi assistito, dovrà infine lasciare la sua tomba e tornare a casa. Vi scorgo quasi una scena proustiana spinta al suo estremo: non più la madre che lascia la stanza dopo il bacio della sera, ma la madre che lascia la tomba. Che sia proprio questo a farlo soffrire quando immagina la propria morte è molto commovente.
Olivier Philipponnat — La madre è in effetti un personaggio molto presente, e la gelosia è forse il sentimento che unisce i quattro personaggi. I due uomini sono gelosi l’uno dell’altro; la madre prova una vera gelosia materna e arriva a vietare a Javotte l’ingresso nella stanza del figlio; Javotte stessa sembra talvolta quasi gelosa dell’amore che ispira.
C’è anche un fortissimo senso di solitudine e di incomunicabilità, in particolare nelle lettere che il narratore immagina di indirizzare a Javotte una volta tornato nella regione parigina, quando la distanza si è ormai instaurata tra loro. Questo mi ha ricordato una frase che Patrick Modiano presenta, nei suoi colloqui con Emmanuel Berl, come la più breve della Recherche: «Chacun est bien seul» — «Ognuno è ben solo». Non so se sia davvero la più breve, ma si addirebbe perfettamente al libro di Louis de Robert.
Jérôme Bastianelli — C’è comunque «Zut, zut, zut» in Proust!
Jacques Letertre — Parliamo della dedica a Pierre Loti.
Olivier Philipponnat — Loti ha avuto un ruolo considerevole nella carriera di Louis de Robert. La dedica dà d’altronde subito il tono del libro:
«Coloro che cercano nella lettura uno svago leggero non verranno da me. Ma coloro che hanno l’animo grave, coloro che amano l’autunno, il silenzio, la meditazione, la solitudine, e che pensano talvolta alla morte, costoro, se avviene che il mio libro capiti loro tra le mani, lo leggeranno come lei, mio caro, senza fretta, con il sentimento che merita; lo ameranno, mi ameranno.»
Quest’ultima formula, «mi ameranno», è sorprendente. Quando ci si interessa alla biografia di Louis de Robert, si ha l’impressione di un uomo fragile, malaticcio, che sembra manifestare un bisogno grandissimo di essere amato.
Ma non bisognerebbe assolutamente dare l’impressione che Le Roman du malade sia un libro interamente morboso. Ciò che mi ha sedotto è innanzitutto la lingua di Louis de Robert: è semplice, fluida, con talvolta bellissime notazioni poetiche, in particolare nelle descrizioni della natura. È questo che mi ha trattenuto molto più della trama, che è in fin dei conti piuttosto esile. Ed è probabilmente anche questo che aveva sedotto Proust: la poesia di questa lingua e la qualità propriamente letteraria del testo.
Jérôme Bastianelli — In effetti non è un libro leggero, ma non è nemmeno un libro pesante. Si legge molto piacevolmente e talvolta si incontrano bellezze che possono far pensare a Proust.
C’è soprattutto una convergenza che mi ha colpito. Ne Les Plaisirs et les Jours, che Louis de Robert aveva scoperto da Pierre Loti, Proust scrive: «Il desiderio fa fiorire, il possesso fa appassire ogni cosa.»
Ora, si legge ne Le Roman du malade:
«Tutto ciò che perdiamo, la nostra anima lo richiama, vorrebbe riafferrarlo. Quanti oggetti mediocri o che ci hanno deluso si trasformano in meraviglie nel momento in cui si allontanano da noi! Gli esseri dotati di un po’ di immaginazione soprattutto sono vittime di questo gioco crudele per cui una cosa si rimpicciolisce non appena la possediamo e si ingrandisce non appena non l’abbiamo più.»
Si può considerare che l’idea sia sufficientemente universale da essere sorta indipendentemente nei due scrittori. Ma ci si può anche chiedere se Les Plaisirs et les Jours, che Louis de Robert aveva letto e ammirato, non abbia lasciato qui una traccia. Comunque sia, la convergenza è notevole.
Una persona in sala — Potrebbe dirci qualcosa di più su Louis de Robert stesso, sulla sua famiglia, sulla sua formazione?
Jérôme Bastianelli — Louis de Robert nasce a Parigi nel marzo 1871, alcuni mesi prima di Marcel Proust. Perde il padre quando ha una dozzina d’anni e interrompe abbastanza presto gli studi a causa di una salute fragile. Diventa impiegato della compagnia Edison, ma sogna soltanto teatro e letteratura. Scrive una prima commedia con un amico, poi riesce a piazzare articoli su Gil Blas.
L’incontro con Pierre Loti è decisivo. Lo avvicina, gli dice la sua ammirazione, e Loti, che cerca appunto un segretario particolare, lo porta con sé nel Sud-Ovest. È nella sua biblioteca che scopre Les Plaisirs et les Jours. I due uomini resteranno vicini, il che spiega la dedica del Roman du malade.
Louis de Robert comincia a pubblicare romanzi, vive alcune storie d’amore infelici, in particolare con Yvette Guilbert e Jeanne Granier, poi si ammala gravemente. A differenza di André Gilbert, il suo personaggio, guarisce. Continua a scrivere e si stabilisce più tardi a Sannois. Lì, una giovane donna di trent’anni più giovane di lui viene ad affittare una parte della proprietà di famiglia. Questa volta la storia finisce bene: la sposa. Louis de Robert muore nel 1937.
Olivier Philipponnat — Bisogna aggiungere che a quel punto è perfettamente inserito negli ambienti letterari. Conosce Edmond Rostand, Zola, Alphonse Allais, Octave Mirbeau, Jules Renard…
Jérôme Bastianelli — Sì, la sua ammirazione per Zola è tale che un giorno, per incontrarlo, percorre a piedi il tragitto da Parigi a Médan, una trentina di chilometri. Questo corregge un po’ l’immagine del solo scrittore malaticcio: Louis de Robert era anche capace di un entusiasmo e di una passione straordinari.
Olivier Philipponnat — I suoi ricordi testimoniano questa straordinaria socievolezza letteraria. Pubblicherà in particolare, nel 1928, De Loti à Proust. Souvenirs et confidences, che meriterebbe senza dubbio anch’esso di essere riscoperto.
Bisogna anche ricordare la sua vicinanza agli ambienti dreyfusardi. Frequenta in particolare il salotto Charpentier e avrebbe presentato Proust al colonnello Picquart. Questo dà un’idea del suo posto nel mondo letterario parigino dell’epoca.
Una persona in sala — Va anche segnalato lo studio molto approfondito che Pyra Wise ha dedicato a Louis de Robert negli atti del convegno organizzato per il centenario della morte di Proust.
Jérôme Bastianelli — Esattamente. Questo convegno si inseriva nella serie di incontri avviata da Jean-Yves Tadié e i suoi atti sono stati recentemente pubblicati da Honoré Champion. Lo studio di Pyra Wise permette di approfondire molto di più il rapporto tra Louis de Robert e Proust.
Una persona in sala — Ascoltandovi parlare di questa letteratura della malattia, ho pensato a La Doulou di Alphonse Daudet.
Olivier Philipponnat — La natura del testo è piuttosto diversa. La Doulou è costituita da appunti che probabilmente non erano destinati a essere pubblicati e che lo sono stati dopo la morte di Daudet. Ma l’accostamento è interessante: in entrambi i casi, la malattia non costituisce semplicemente un soggetto. Diventa un punto d’osservazione di se stessi e del mondo.
Jacques Letertre — Non mi resta dunque che ringraziare Olivier Philipponnat e Jérôme Bastianelli. Spero soprattutto che questa conversazione vi abbia fatto venire voglia di leggere Le Roman du malade. Il libro non è molto lungo, è scritto molto bene: e, nonostante il suo titolo, è molto meno ostico di quanto si potrebbe credere.